Le nostre “radici”: il nostro passato nel nostro presente e nel nostro futuro.

Spesso sentiamo dalla bocca dei nostri emigranti  racconti teneri e insieme aspri; ambientati in scenari dove i protagonisti si muovono con i loro desideri, le loro rabbie e le loro malinconie. 

Essi vivono tra due mondi, e due culture, profondamente diverse. Sono nati e cresciuti nel Paese che li ha accolti, che è il loro paese ‘reale’, mentre l’ltalia, che non hanno mai visto, è il paese del sogno e del desiderio: luogo a cui appartengono e non appartengono”. 
Per molti avere una doppia identità aiuta ad avere uno sguardo molteplice sulla realtà. Chi ha radici al di fuori di dove vive in genere prova quasi sempre un senso di straniamento, e può sentire un certo disagio.
Sono storie di donne e di uomini, contaminazioni visive e culturali per raccontare personaggi che si sentono stranieri, come spesso accade agli immigrati di seconda generazione. Ragazzi o adulti che, sebbene venuti al mondo e cresciuti in città e luoghi che non sono quelli di origine, rimangono per sempre legati alle loro radici.
Spesso è importante per molti mettersi «in cammino per ritrovare le proprie radici» e in esse trovare «la forza di andare avanti».
Ricordo ciò che  ha detto Papa Francesco in una sua omelia : «un popolo senza radici è ammalato» e «una persona senza radici è ammalata».
Papa Francesco si soffermò a riflettere sulla tristezza del popolo di Israele che aveva «nostalgia della sua città e piangeva». Pensando a quella situazione, il Pontefice ha suggerito un parallelo con la «nostalgia dei migranti, la nostalgia di quelli che sono lontani dalla patria e vogliono tornare».
Occorreva «riprendere le radici», cioè «l’appartenenza a un popolo». Del resto, ha spiegato il Pontefice, «senza le radici non si può vivere: un popolo senza radici o che lascia perdere le radici, è un popolo ammalato». Allo stesso modo «una persona senza radici, che ha dimenticato le proprie radici, è ammalata». Bisogna quindi «riscoprire le proprie radici e prendere la forza per andare avanti, la forza per dare frutto e, come dice il poeta, “la forza per fiorire perché quello che l’albero ha di fiorito viene da quello che ha di sotterrato”».
 
Ricordo le parole del Papa:  Non vi rattristate”» – «L’uomo e la donna che ritrovano le proprie radici, che sono fedeli alla propria appartenenza, sono un uomo e una donna in gioia, di gioia e questa gioia è la loro forza». Si passa quindi «dal pianto di tristezza al pianto di gioia; dal pianto di debolezza per essere lontani dalle radici, lontani dal loro popolo, al pianto di appartenenza: “Sono a casa”».
e ha concluso: «Chiediamo al Signore questa grazia: di andare in cammino per incontrarci con le nostre radici».
Quindi l’importanza di ritrovare le proprie radici, ci aiuta a capire e a vivere in maniera più serena, senza il dubbio della conoscenza di sé. Oggi che le voci dei nostri vecchi sono sempre più flebili, abbiamo il dovere di non dimenticare il ruolo della cultura popolare; dobbiamo cercare di salvaguardarla per non perdere di vista la nostra identità, le nostre radici, il nostro modo di essere nella storia.
E’ vero che non si vive di passato, ma non si può vivere senza passato, e le nostre “radici” sono il nostro passato nel nostro presente e nel nostro futuro.
Gennaro Ruggiero
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